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EVANS GIL ORCHESTRA

LIVE AT UMBRIA JAZZ VOL.II - LE INDIMENTICABILI NOTTI DI S. FRANCESCO AL PRATO

Barcode: 8015948010020 / Cat: EUJ1002 / 1 CD / Label: EGEA

A sei mesi di distanza dalla pubblicazione del primo volume, l’ottima label italiana Egea puntualmente si ripresenta a completare l’opera con la seconda parte delle registrazioni - effettuate durante l’edizione 1987 di Umbria Jazz - della magica Orchestra guidata da Gil Evans, una delle anime più attive e divertenti che il jazz abbia espresso nella sua ormai secolare avventura.

Dopo l’eccellente selezione comparsa nel primo volume non possiamo certo farci cogliere di sorpresa da questa ulteriore riproposizione che conferma le aspettative e aggiunge nuovi sapori e nuove emozioni.
L’album si apre con due lunghissimi brani tratti dal book di Jimi Hendrix, un musicista che Gil Evans e il suo grande amico Miles Davis adoravano. Gil aveva addirittura progettato la realizzazione di un album con il chitarrista mancino di Seattle. Il fato crudele non ha permesso che questo potesse avvenire e Gil Evans, dopo una lunga riflessione durata oltre tre anni, decise che comunque la sua orchestra, anche senza Jimi, ormai volato in cielo, poteva incidere le composizioni del chitarrista in arrangiamenti molto personali scritti da lui stesso e dai suoi musicisti. La cosa si realizzò in un bellissimo album inciso nel 1974 per la RCA. L’album si chiama The Gil Evans Orchestra Plays the Music of Jimi Hendrix, cercatelo, è assolutamente indispensabile. Da allora le composizioni di Jimi hanno sempre avuto grande spazio nei concerti dal vivo della band di Gil Evans.
In questo caso ci troviamo di fronte a due versioni particolarmente elaborate e coraggiosamente sperimentali di "Stone Free" e di "Little Wing", vale a dire un brano piuttosto ritmato (il primo) e una ballad particolarmente cara ai chitarristi (la seconda).

In entrambi i casi la voce di Ursula Dudziak si inserisce con decisione nei collaudati ma sempre mutevoli arrangiamenti e contribuisce a stimolare gli altri musicisti nella ricerca di nuovi sentieri da esplorare per collegare assieme le sezioni di charts ormai mandate a memoria ma sempre affrontate come se fosse la prima volta; il vero segreto degli arrangiamenti di Gil Evans era proprio la loro natura aperta e indefinita, che consentiva di lasciare ampio spazio all’interpretazione dei musicisti scelti proprio per la loro capacità di dare un’impronta personale e sempre nuova alle musiche, nonostante le scarne indicazioni sugli spartiti. George Adams è particolarmente ispirato e il suo sax graffia con grinta e determinazione. La sezione ritmica è assolutamente affiatata (Mark Egan e Danny Gottlieb suonano assieme praticamente da quando andavano all’asilo con Pat Metheny e Lyle Mays...) e questo consente cambi di tempo repentini, stop and go perfettamente calibrati, una vera goduria per tutti, dai musicisti agli ascoltatori. Possiamo immaginare lo sguardo estasiato di Gil Evans, come al solito di lato rispetto all’Orchestra, seduto davanti al suo piano elettrico Rhodes, spesso perso nella contemplazione degli incroci magici che si svolgevano davanti ai suoi occhi e alle sue orecchie.

La voce della Dudziak e le elaborazioni elettroniche live che lei stessa produce sono ancora protagoniste della successiva "Wake Up" che rappresenta una primizia assoluta, non essendo mai stata incisa su disco prima d’ora. Si prosegue con "There Comes a Time" scritta e incisa da Tony Williams nel 1971, mentre si stava concludendo l’esaltante e però incompresa avventura del Tony Williams Lifetime, uno dei gruppi più interessanti e meno documentati della storia del jazz moderno. L’arrangiamento di Gil è deliziosamente lussuoso, pieno di suoni che si incrociano magicamente senza mai perdere di vista la trama complessiva, con i solisti che si rincorrono, che si stimolano a vicenda, all’interno di questa creatura organica chiamata Orchestra.

L’ultimo brano, molto breve, è davvero curioso: si parte con un accenno blueseggiante, con la voce invasata di Delmar Brown che pare voler partire per chissà dove, i fiati rispondono con il riff di "Inner City Blues" di Marvin Gaye e, come per incanto, le due anime, che fino ad un istante prima si contrapponevano, sfociano senza perdere un colpo nel finalino solito di "Eleven", tema conclusivo di ogni set. Un tema che poteva durare da quindici secondi a trentacinque minuti, a seconda dell’umore del leader e dei suoi musicisti.

A dire il vero, questa banda di simpatici mascalzoni era talmente imprevedibile che ogni tanto dimenticavano di chiudere i concerti con questo tema un pò arpeggiante, curiosamente angolare ma allo stesso tempo decisamente memorabile, col risultato di ignorare completamente questo rituale collettivo che rappresentava una sorta di regola non scritta della band, il tutto ovviamente nella suprema e ineffabile indifferenza di Gil stesso, abituato a lasciarsi magicamente guidare dai venti e dagli eventi.


Maurizio Comandini






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