VIENTOS Y CUERDAS
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
I FLAUTI DI TOSCANINI, TOTTI PAOLO

VIENTOS Y CUERDAS


Apollo e Pan si incontrano in un paesaggio musicale senza tempo. Stavolta non è un duello a vederli contrapposti, un accordo li unisce, in nome del vento e delle corde. Laddove la ragione apollinea e la natura dionisiaca sembrano permanere in un ossimoro inconciliabile, ci pensa la musica a farli scendere a patti: una vasta letteratura intreccia da secoli i contrasti semantici tra la grazia misurata dell’arpa e l'arcaico edonismo del flauto. Vientos y Cuerdas offre una variazione sul tema. In questo caso non assistiamo solamente alla conciliazione musicata tra i due protagonisti della leggendaria sfida giocata al cospetto di re Mida. Ci troviamo di fronte a una schiera inaudita di flauti e a un robusto drappello di moderne cetre, capaci anche dell'ascolto inverso, con un olimpo di cherubini a far da corona ad agguerrite chitarre, risolvendo la tenzone nel pari e patta di una pacifica armonia.
Apollo e Pan si incontrano questa volta come tante altre in passato, ma l’oggi di Vientos y Cuerdas non racconta esattamente quando, o dove. Sfuma le definizioni, travalica docilmente gli steccati tra i generi, per arrivare al cuore della gente con la chiarezza snella di un suonare senza pensieri.
Pan ha il volto dei tanti volti di un’orchestra nata dieci anni fa, di ragazzi che con il flauto sono cresciuti insieme. E ha le tante voci che dall'ottavino scendono sino al contrabbasso. Le citare sono quelle del Trio Cardoso, il cui nome omaggia il compositore argentino che ai tre interpreti ha dedicato Mbarakapù. Lo scenario di questo Concerto rimanda a un Sud America più sognato che specifico, un titolo che per gli indios Guaranì si rivolge a un luogo musicale anziché geografico, suggellando il bacio tra chitarra (mbarakâ) e suono (pu). Ed ecco che Vientos y Cuerdas si palesa non negando ciò che è: con il coraggio della semplicità esibisce una fischiettante melodia sciolta in un candido unisono, anticipata appena da un facile panneggio alle chitarre. Un viaggio che attinge a piene mani da una comune anima popolare e che propone una suite di balli, distribuiti in tre movimenti. I ritmi incalzanti della danza nazionale del Paraguay (una Polca, inaspettatamente) sono mitigati dall’andamento placido del Chamame, musica di frontiera e di immigrazione, intonata lavorando nei campi di mate, che scorre come un largo fiume tra il nord-est dell’Argentina e il sud del Brasile; poi fluiscono in un gioco di cascate nella Galopa, ricordo danzante della festa patronale di San Blas. Il secondo movimento è una Guarania, che con il suo tempo lento ben si adatta a raccontare storie e ad accompagnare emozioni, e che ha rappresentato il fenomeno musicale del Paraguay nel secolo scorso. Le chitarre spuntano dentro il moto ondoso dei flauti e di tanto in tanto si chiamano fuori, zampillando nuovamente nel Rasguido Doble. È una canzone dall'andamento dolcemente scorrevole, tipica del litorale argentino, che affonda le sue origini in antichi ritmi africani, intersecandosi alla fine del XIX secolo con una danza che godette di particolare fama proprio in Paraguay, l’Habanera.
La gaiezza serenamente chiassosa con cui Tempo Primo chiude il Concerto, ammutolisce dinanzi a pochi colpi di cassa: la vista si apre sull'orizzonte misterioso della Mancia, dove i personaggi sono tradotti in timbro nei Dialoghi di Dulcinea e Sancho Panza. Un breve romanzo di suoni inusitati per ottavino e flauto contrabbasso - prima composizione italiana dedicata allo strumento quale solista - cucito da una voce che narra il X libro di Don Chisciotte. Sullo sfondo della cantata buffa di Angela Montemurro, compositrice barese allieva di Nino Rota, affiorano i rilievi di flauti e percussioni, a tratteggiare un esotico mondo spagnolo dedicato a bambini senza età, pronti ad ascoltare con eterna meraviglia ogni nuova fiaba.
Dalla mobilità ritmica del Sud(afro)america, alle silhouette di personaggi timbrici mediterranei, si giunge infine ai ghiribizzi sonori d'un gioco d'effetti contemporanei. Il brano di Massimiliano De Foglio, dedicato a Paolo Totti e ai suoi Flauti di Toscanini, si apre con una ventata di suoni soffiati, prosegue su un vigoroso tempo in 10/8, conduce sulle corde mano flamenca e stilemi rock (tapping e slapping), picchietta l'aria con appuntiti colpi di lingua, senza mai suonare complicato. Un rincorrersi scherzoso di anime diverse, l'apollinea e la dionisiaca, che nell’ascolto reciproco imparano a conoscersi, e nel ritrovarsi si somigliano.
Valentina Lo Surdo


1-6 J. Cardoso – Triplo Concerto ‘Mbarakpù per tre chitarre e orchestra
7-13 A. Montemurro – Dialoghi di Dulcinea e Sancho Panza, cantata buffa
14 M. De Foglio – Gioco
15-16 A. Montemurro – Dialoghi di Dulcinea e Sancho Panza (bonus tracks)




 
       
 
 
         
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