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BOLLANI STEFANO

FALANDO DE AMOR


In un album del 1979 intitolato “Miucha & Tom Jobim” (bellissimo lavoro dalla copertina leggermente retrò) emergeva l’elegante versione di un brano che il “maestro carioca” usava catalogare come choro-cançao; un genere che mischiava gli elementi ritmici e armonici dello choro (strumentale) con la canzone (testo). Quel brano si intitolava “Falando de Amor” e ancora oggi rappresenta una delle tante composizioni del genio Jobim rivisitate quasi costantemente in innumerevoli lavori discografici. Come si fa a “Parlare d’amore” senza considerare l’arte di uno dei compositori più importanti del secolo scorso? Su Antonio Carlos Jobim è stato scritto di tutto - dalle più approfondite biografie all’analisi, nota per nota, delle sue composizioni – ma più che inoltrarsi in lunghe disquisizioni basterebbe mettere al centro la musica. E’ proprio il puro incrocio di armonie, melodie e testi a stimolare chiunque voglia intraprendere un viaggio musicale attraverso il suo repertorio. Le caratteristiche personali e artistiche di Jobim – istinto, genialità, talento, ingegno – collimano perfettamente con il protagonista di questo disco: Stefano Bollani. La maestria del pianista e il suo originale approccio musicale è un concetto ormai acquisito e indiscutibile; in questa sede però occorre soffermarsi su qualcosa di diverso dal semplice impatto sonoro. Il connubio Bollani-Brasile sembra appartenere ad una fascia di considerazione superiore, ad un puro feeling, chiaramente percepibile, che oltrepassa l’elementare rapporto musicista-brano da eseguire. In questo caso entrano in gioco una moltitudine di elementi; dall’acquisizione del tessuto culturale (non solo musicale) carioca allo spirito personale, visibilmente affine alla natura briosa e colorata del popolo brasiliano. Una volta stabilito questo contatto extramusicale tutto diventa più facile e qualsiasi suono, interpretazione, melodia, prende una forma diversa. Ad accompagnare Bollani negli 11 brani del disco c’è Ares Tavolazzi al contrabbasso e Walter Paoli alla batteria. Un trio che già da tempo ha acquisito un forte interplay e che riesce a mettersi sempre in gioco, soprattutto su un repertorio del genere. La scelta del classico Trio (piano, c.basso, batteria) ci conduce immediatamente a marcare un approccio più jazzistico dei brani, ma non mancano affatto molti rimandi al filone bossa nova o samba. Sia “So Tenha De Ser Com Voçe” (1964) che “Agua De beber” (1961) per esempio raccolgono quel ritmo leggero di puro groove latino degli anni 60 quasi a ricordare le notti carioca nei clubs di Rio quando il jazz era un “must”. Lo choro-cançao di “Falando de Amor” (1979) viene riproposto anche su “Tema Do Amor Por Gabriela” (1980) mentre il piano solo di Bollani esprime la massima eleganza e sintesi in due capolavori: “Retrato em Branco e Preto” (1968) e “Pois E’” (1970). Prettamente jazzistiche invece le più note “Aguas De Março” (1972) e “Samba De uma Nota So” (1959) accompagnate dalla quasi classica ballad “Angela” (1976). A chiudere il cerchio bastano due gioielli del repertorio jobiniano: “Cançao Do Amor Demais”, capolavoro scritto nel 1958 insieme a Vinicius De Moraes e “Luiza” (1981), un autentico capolavoro eseguito da Bollani sulla traccia di un ideale valzer. E’ comunque chiaro il forte legame musicale e il riferimento stilistico di Stefano Bollani verso Antonio Carlos Jobim, e sono i suoni a dimostrarlo. Sembra quasi lo stesso legame che accomunava il compositore carioca con Villa-Lobos. Jobim raccontava spesso di una volta in cui entrando nella casa di Villa-Lobos trovò un caos totale: una mini orchestra che provava; una soprano che cantava a squarciagola; una radio ad altissimo volume, delle persone che conversavano e Villa-Lobos seduto al piano scrivendo tranquillamente delle partiture. Alla domanda di Jobim se tutto quel frastuono non lo disturbava il grande maestro rispose: “Meu Filho, o ouvido de fora nada tem a haver com o ouvido de dentro” (“Mio caro, tutto quello che arriva da fuori non ha nulla a che vedere con quello che viene da dentro”). Proprio il gesto di esternare l’arte che si ha dentro in una manifestazione sonora descrive in maniera minuziosa questo disco. Un Bollani che riesce a stupirci ancora una volta; ma sempre “Falando De Amor”.









 
       
 
 
         
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