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Numero di catalogo: CC 50010

oggetto
The mother of gypsy soul

di BUTTLER Ljiljana

La “madre dell’anima gitana”, Ljiljana Buttler, nota in un primo tempo come Ljiljana Petrovic sparì quindici anni fa dalla scena musicale balcanica dove aveva assunto un ruolo dominante . I suoi ammiratori si chiedevano il perché della sua scomparsa. Nata a Belgrado nel 1944 in una famiglia di musicisti, suo padre era un virtuoso della fisarmonica e sua madre una cantante della Croazia, la musica diventa per lei qualcosa di naturale sin dalla nascita. Sfortunatamente fu altrettanto naturale che il matrimonio fra musicisti fallisse, suo padre lasciò la madre alla nascita della piccola. La madre dovette continuare a cantare per guadagnarsi da vivere e poter mantenere sua figlia. Si esibiva nei caffè, nelle feste e i ristoranti, non soltanto a Belgrado ma anche nell’intera Jugoslavia. Così, quando Ljiljana compì dodici anni si trasferirono a Bijeljina una piccola cittadina nel nord della Bosnia dove rimasero per un po’ e dove Ljiljana frequentava lezioni di canto e pianoforte nella scuola locale di musica. Quello che accadde in quel periodo fu decisivo per la sua vita. Sua madre si ammalò , avevano bisogno di soldi e così Ljiljana si recò al ristorante dove sua madre cantava. Solitamente Ljiljana usava sedersi in un angolo vicino all’orchestra durante le esibizioni di sua madre. Era affascinata da come suonavano i musicisti, i quali erano molto affezionati alla piccola e dalla voce di sua madre di cui conosceva le canzoni a memoria. Quella stessa sera disse al violinista: “Mia madre oggi non può cantare perché è malata, per favore, aiutateci, lasciatemi cantare al posto suo”. I musicisti guardarono la bambina che aveva addosso i vestiti di sua madre sistemati con l’aiuto di alcune spille e ridevano ma al tempo stesso sentivano pietà per lei e per non disilluderla le dissero: “va bene piccola, hai molto coraggio per cui possiamo provare. Ché brano vuoi cantare? Quando sentirono le prime note della voce di quella ragazzina smisero di ridere. Permisero lei di cantare e fu un grande successo, da allora iniziò la sua carriera artistica. Pochi anni dopo raggiunse il successo e diventò l’idolo degli intellettuali e artisti in Jugoslavia. Fu in quel periodo che cominciarono a chiamarla “la madre dell’anima gitana”. Verso la fine degli anni settanta, quando Ljiljana era all’apice del suo successo, iniziarono i grandi cambiamenti sociali nel suo paese. La società jugoslava recepiva le novità tecniche e commerciali che arrivavano dall’occidente e che influivano anche sul mondo musicale. Arrivarono i sintetizzatori che presto furono considerati indispensabili per ogni genere musicale. La nuova ondata cresceva sempre di più e cominciarono a sostituire i concerti di musica tradizionale, quindi artisti come Ljiljana, con la nuova cultura da discoteca la cui musica martellante venne soprannominata “turbofolk”. Ljiljana rifiutava di concedersi alla nuova moda e al volgare successo di massa. Il suo nome rimaneva importante ma le esibizioni diventavano sempre di meno e nelle “kafanas” affluiva sempre meno gente. Ma c’era anche qualcos’altro. Lei era una donna sensibile e intelligente e il suo istinto ereditato dalla lunga dinastia gitana le diceva qualcosa di inascoltabile per la maggior parte della gente. Dietro il suono assordante dei ritmi elettronici, dietro le false apparenze commerciali importate dall’occidente si percepiva la condanna, il disastro e la catastrofe. Voci udite unicamente da coloro che potevano e volevano sentirle. Ljiljana fu una di loro. Prese i suoi due figli, aveva divorziato ormai due volte, prese il primo treno per la Germania e andò a Düsseldorf. Lì non ci fu più nessun canto, né musica, né celebrità. Mise fine alla sua vita da cantante anche se con grande rammarico. L’unica cosa che desiderava era prendersi cura dei suoi bambini. Lavorava come donna delle pulizie, nelle fabbriche, come cameriera e aiutante di cucina. Non si pentiva, era una madre con le sue preoccupazioni e il suo sorriso. Si risposò di nuovo prendendo il cognome Buttler. La storia le diede ragione. Due anni più tardi esplose la guerra in Jugoslavia. La ritrovai dopo lunghi ed estenuanti tentativi e dopo infinità di suppliche accettò di lavorare per questo progetto: “la madre dell’anima gitana”. Non potevo essere più contento. Finalmente Ljiljana Petrovic, ora Buttler, era ritornata! A Mostar, Sarajevo e persino in Serbia si diffondeva la voce e tutti i grandi musicisti erano entusiasti. Gente come Mustafa Santic, Miso Petrovic, Nedzo Kovacevic, Kosta Latinovic e il trombettista Serva Boban Markovic presero parte al progetto. Dopo la prima registrazione si mise a piangere in silenzio. “Perché piangi Ljiljana, cosa ti succede?” le chiesi. “Vi sono così grata per aver realizzato tutto questo. Sono infinitamente felice di partecipare a tutto questo”. Non è soltanto una diva, è molto di più.

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