
Nel panorama della musica italiana di oggi Pino Minafra è una figura singolare. A otto anni, incoraggiato da suo padre, entra in un coro di musica sacra. Subito dopo comincia a suonare la tromba nella banda musicale del suo paese, Ruvo di Puglia, e in vari gruppi di musica leggera che lo portano anche all’estero (Germania, Libano, Persia ecc.). Completa il suo lungo apprendistato diplomandosi al Conservatorio di Bari il cui direttore in quegli anni era Nino Rota. In questo periodo ricco di esperienze di ogni tipo, scopre e si avvicina al jazz. Nella vitalità della musica afro-americana sente soprattutto un potente messaggio di libertà e la strada giusta da percorrere per cercare la propria identità di artista e di uomo. Come emerge anche dall’ascolto di questo disco, il jazz per Pino Minafra è un insieme di linguaggi che, dal blues alla free music, dal dixieland all’hard-bop, fanno parte di un’unica storia e costituiscono oggi un grande patrimonio di segni immediatamente disponibile e utilizzabile. L’antico dilemma, se nell’arte sia più necessaria la testa o il cuore, Pino l’ha risolto nel modo più semplice: spostando i termini della questione più in basso, a livello di pancia. Il contributo della testa e del cuore verrà dopo, semmai. Ma la pancia, così tanto trascurata ogniqualvolta si affronta il discorso sulla genesi dell’opera d’arte, è e resta fondamentale nella musica perché consente forme di conoscenza immediate, primarie, intraducibili, assolutamente “viscerali”, che sfuggono a qualsiasi controllo e disciplina della parola.
Con una recitazione quasi da comizio di un passo tratto dal “Canto General” di Pablo Neruda, si apre il disco del trombettista Pino Minafra. Una sinfonia mediterranea con le consuete cadenze popolari e ridanciane che l’estroso musicista ama ricamare nei suoi dischi. A capo del suo nuovo Sud Ensemble, un ottetto di ottimo livello: Sandro Satta e Carlo Actis Dato sassofoni, Lauro Rossi trombone, Livio Minafra pianoforte e tastiere, Giovanni Maier, contrabbasso e Vincenzo Mazzone batteria e forte di alcune significative presenze, da Curci alla Meridiana Multijazz Orchestra passando per l’ottimo quartetto vocale delle Faraualla.