Un brano tratto dal suo primo album "CEASEFIRE" l’ha chiamato saggiamente «Gua», che in lingua nuer significa «pace», ma l’avrebbe potuto intitolare anche «Le mine e le iene», oppure «La minigonna di mia madre», o ancora: «Perché all’ultimo momento non ho mangiato il mio miglior amico». Se non è diventato cannibale, Emmanuel Jal ringrazi le iene. E’ il 1992: Jal ha 13 anni, da 5 imbraccia un kalashnikov. Veterano della guerra civile in Sudan. Con altri 400 bambini soldato scappa dal campo di Juba alla vigilia di un attacco ai governativi. I ribelli dell’Esercito di liberazione popolare del Sudan (Spla) li usano come «armi leggere». Così leggere che riescono spesso a camminare sulle mine, e se non riescono pazienza. Jal e i suoi amici vogliono passare con un altro signore della guerra, che forse li tratterà meglio. Scappano con qualche sacco di sorgo.
Tre mesi dopo vagano ancora nella boscaglia. Decimati dalla fame. Una notte un amico gli muore accanto e Jal pensa l’impensabile: al mattino lo mangerà. Intorno al cadavere piazza delle mine anti-iena. Anche le iene sono leggere. Riusciranno a portarsi via il corpo. La tentazione non tornerà. Anche perché non restano più compagni. Quando Jal si mette in salvo nel villaggio di Waat, sono in 14. Lì è cominciata la sua seconda vita, che ora lo porta a scalare le hit parade africane e a incontrare le star di tutto il mondo.
A Waat il bambino soldato diventa, in un certo senso, baby pensionato. Il merito è di una khawaja , una giovane bianca. Emma McCune, un metro e 80, 28 anni: da cinque ha abbandonato l’Inghilterra per aiutare i bambini in Sudan, da due è la seconda moglie del signore della guerra Riek Machar.
Emma «adotta» Emmanuel Jal. E’ stato amore a prima vista tra il «dottor Riek» e la bianca che ha lasciato il gippone blindato con targa Onu per una capanna senza acqua corrente. Non è una missionaria. E’ la stessa Emma che s’è innamorata dell’Africa da ragazza nello Yorkshire, perché le piacevano i vestiti e il «fumo» del fidanzato etiope. Ha dato scandalo tra gli operatori umanitari girando con la minigonna rossa tra i profughi, bevendo birra e ridendo, ridendo molto in mezzo a quell’inferno che era (ed è ancora) il Sudan. Emma ride. Ma intanto si becca il tifo e la malaria, apre scuole per bambini. E salva Jal. Lo mette in una cassa su un aereo per Nairobi, Kenya. Via dalla guerra. Non dal dolore. Passa un anno. Nairobi è la base delle missioni umanitarie. Emma fa la spola tra Sudan e Kenya. Una sera è in auto. E’ sola, incinta di cinque mesi. Un incidente. Lo scontro con un minibus, dice la polizia keniota. Qualcuno sospetta un attentato.
John Garang, il capo dell’Spla, crede (a torto) che lei abbia ispirato l’ammutinamento del marito. Adesso è acqua passata: i due si sono messi d’accordo nel 2002. Ribelli e governo di Khartoum hanno firmato la pace tre mesi fa. Emma McCune è morta a 29 anni nel ’93. Nel posto dove è caduta, ha detto la sua amica Sally, l’erba non vuol più crescere. Anche Jal per un po’ ha smesso di crescere. Di nuovo orfano. «Era come una mamma per me. Nessuno prima di lei mi aveva mai portato a scuola» ha raccontato in questi giorni ai giornali inglesi. La famiglia e gli amici di Emma gli hanno dato un nome (Emmanuel) e i mezzi per crescere. Nessuno gli avrebbe mai chiesto un’intervista, se non fosse diventato famoso. La seconda salvezza di Jal, dopo Emma, è stata la musica. Il suo primo album, «Gua», è in cima alle classifiche in Kenya. Le case discografiche Usa, ha scritto ieri l’ Observer , corteggiano l’ex bambino soldato diventato rapper. Nei prossimi giorni volerà a Londra.
Il regista Ridley Scott, quello di Blade Runner e Gladiator , vuole discutere con lui del suo prossimo film. Sarà la storia controversa di sua madre, Emma McCune, l’operatrice umanitaria che sposò un signore della guerra e arrivò a giustificarne i massacri. Emma avrà il volto di Nicole Kidman. Forse ci sarà un angolo, o un pezzo di colonna sonora, anche per Jal. «Le mine e le iene» valgono una canzone.